Clima e Ambiente: Una riflessione per il futuro

Oggi…

Oggi, appunto: il 15 Marzo 2019.

Durante questa giornata, seguendo l’esempio di Greta, migliaia di studenti scenderanno nelle piazze di tutto il mondo, e diranno, a sé stessi ed a noi, una cosa importante: l’ambiente, il clima, ci sono, e sono “anche noi”. Dobbiamo prendercene cura.

Se vogliamo continuare ad esistere, come specie.

Strano, no? Siamo la specie predatrice al vertice della catena alimentare. Siamo diffusi dall’Artide all’Antartide, con qualche puntata sulla Luna e, in un futuro prossimo, sui Pianeti vicini.

Non si direbbe che Homo sapiens sia una specie minacciata di estinzione.

Eppure…

Logica, ed esperienza, dovrebbero indurci a qualche cautela.

Proprio in questo periodo, stiamo assistendo standone dentro ad una delle più rapide estinzioni di massa di tutta la storia della vita. C’è poco dubbio che uno degli autori principali di ciò siamo proprio noi, gli umani.

Ma c’è anche poco dubbio, a giudicare da quello che è accaduto nelle estinzioni di massa del passato, che nessuno può prevedere se tra duecento, o trecento anni, la nostra specie sarà una di quelle da aggiungere alla lista dei “fu”.

Accettiamolo. Siamo vulnerabili. Non diversamente da ogni pianta, o animale, che calchi od abbia calcato queste plaghe, possiamo sopravvivere in un ristrettissimo intervallo di condizioni ambientali.

Le stesse, dicono alcun*, che in Natura si trovano (o, chissà, si trovavano) sull’Altopiano di Afar, culla della nostra specie. Le stesse, che cerchiamo di conservare intorno a noi tramite vestiti, condizionatori, riscaldamento.

Non potremmo, banalmente, vivere in un ambiente troppo diverso dal nostro.

Ed in più, abbiamo altre ragioni molto specifiche di preoccupazione. Intanto, siamo mammiferi placentati. Il che vuol dire che per vivere abbiamo bisogno di una enorme quantità di energia (ancora più grande, nei giorni di picco del ciclo mensile). Energia, uguale prede naturali.

E qui veniamo ad un secondo punto interessante: siamo in molti, ed in rapido aumento. La produzione delle ingenti quantità di cibo che servono per sfamare la specie dipende in larghissima misura da tecnologie sofisticate, ed ha un impatto enorme sul resto della biosfera.

Più le nostre attività degradano l’ambiente, e più noi, i predatori di vertice, ne concentriamo i veleni. Abbiamo tutti sentito parlare delle tossine presenti negli orsi polari, o nei pesci. Provate per un attimo ad immaginare cosa accadrebbe, se queste misure le compissimo su di noi. Ed in realtà, le hanno ben compiute, lasciando poco spazio al dubbio.

Avanti così, quindi, inseguendo illusioni di profitto, pensando all’oggi, non facendo nulla di concreto, e non prepareremo per i nostri discendenti un semplice mondo infernale: li condanneremo alla non-esistenza.

E la vita, a quel punto, uscirà con fatica dalla crisi attuale, assestandosi verso qualche nuovo equilibrio.

Allora cosa? Come?

Inutile lo dica io, o qualcun altro.

Sono cose già piuttosto conosciute.

Basta prendersi, come al solito, il tempo per leggere, e concedersi la fatica di comprendere.

I riferimenti sono facili da accedere – per chi conosce l’Inglese (interessante: una causa di possibile estinzione accelerata potrebbe essere l’insipienza culturale della “classe dirigente” che, magari, l’Inglese non lo sa).

Se desiderate farvi, o far fare, un’idea, potete cominciare da qui:

https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/sites/2/2018/07/SR15_SPM_version_stand_alone_LR.pdf

Questo è il capitolo introduttivo del rapporto IPCC che descrive le conseguenze e le possibilità di mitigazione e …, legate all’aumento della temperatura di 1.5 °C previsto con altissima confidenza tra il 2030 ed il 2052.

E’ una facile lettura, destinata in special modo agli autori di politiche (a questo, e non all’intrattenimento televisivo, servirebbero i politici, dopotutto).

La tecnologia ci salverà?

Lo dicono in tanti.

Quanto a me, mi permettete qualche dubbio?

La tecnologia ci salverà, certo. Nel breve periodo. Ed a costi mostruosi, che non tutti al mondo (ed in Italia) si potranno permettere.

Nel medio periodo? Ancora più avanti?

Permettetemi di assumere, per un attimo, la sgradevole veste della mentalità militare. Un nemico altamente tecnologico è molto più facile da colpire d’uno “arretrato”.

Perché?

Perché dalla tecnologia dipende.

E la tecnologia è facile da obliterare, con sforzi limitatissimi.

Usando le tecnologie (appunto) della guerra moderna, e andando a mettere fuori uso centrali elettriche, ospedali, catene di rifornimenti di cibo…

Il mondo futuro, qualcuno dirà, magari sarà più civile, e relegherà le guerre al passato. Ma, anche qui, permettetemi di dubitare. Vediamo già adesso scoppiare conflitti su scala “limitata” per l’accesso a risorse naturali chiave – l’acqua, il cibo. Figuriamoci in futuro, con la pressione dovuta alla polazione umana ancora più ingente di adesso, ed il deterioramento indotto dai cambiamenti climatici. Immagino che quelle che oggi sono guerre locali a medio-bassa intensità, un giorno non lontano potrebbero mutarsi in conflitti regionali su vasta scala.

Immagino, anche, che lo scopo di queste guerre cambierà. Non si cercherà tanto di assoggettare e se possibile assimilare una qualche popolazione, ma, semmai, di annientarla completamente. Si tornerà, magari, alla funesta teoria dello “Spazio Vitale”.

E la cosa sarà tanto più facile da attuarsi, quanto più deboli e separate saranno le comunità. I leader dei movimenti “sovranisti” se lo ricordino, e magari, già che ci sono, invece di limitarsi al loro attuale ruolo di tribuni della plebe, studino la storia e la strategia militare. Si assumano, una volta nella vita, una responsabilità. Prendano a cuore qualcosa di diverso, da sé stessi.

Se si vuole trovare un bel tema di Sicurezza Nazionale, è questo. L’ambiente. Il clima. Le conseguenze del loro degradarsi. Nei prossimi cinque, dieci, trenta, cinquant’anni – un tempo ancora breve, alla fine del quale la maggior parte degli studenti oggi in piazza, speriamo, ci sarà ancora.

Né di destra, né di sinistra

No, non è uno slogan.

Purtroppo.

I meccanismi del pianeta, le leggi fisiche e degli ecosistemi, sono oggettive. Violarle non comporta alcun reato penale: molto più banalmente, il suicidio. Con la speranza, almeno, di non aver passato i propri geni difettosi, e le idee bacate, alla generazione futura.

Le leggi fisiche, poi, hanno la spiacevole caratteristica di non lasciarsi connotare in alcuna direzione. L’aria va dalle zone ad alta pressione a quelle a bassa, che l’osservatore sia di destra o di sinistra, o che esista. La Natura è meraviglia, vibrazione, fonte d’infinito stupore. Ma, anche, è completamente indifferente ai destini di una specie, o dell’altra, o persino della vita stessa.

C’è, in tutto questo, almeno un elemento di speranza: il cruccio, se non è di destra né di sinistra, potremmo assumerlo tutti noi.

 

2 risposte a “Clima e Ambiente: Una riflessione per il futuro”

  1. Domanda: c’è una nazione al giorno d’oggi che non sia sovranista? La Germania? La Francia, che vuole insegnare all’ Italia, con disprezzo, a essere buoni ? Ogni giorno che passa scopriamo che i “buoni” hanno già fatto di nascosto quello che oggi i”sovranisti” propongono di fare stupidamente alla luce del sole. Ieri per esempio ho scoperto che sempre le solite due che inneggiano all’Europa (la Loro Europa) hanno accordi commerciali con la Cina più favorevoli dei nostri. E così via. Quindi non parliamo di sovranisti ma di furbi, di cui è pieno il mondo, che si fanno i fatti loro alla faccia di quelli che si sono svegliati tardi. La conclusione non è “facciamoci tutti i fatti nostri” ma andiamo a scoprire davvero dove sono i problemi del mondo, senza pregiudizi, ricostruendo le organizzazioni davvero indipendenti. Quindi non ONU =f(USA) oppure UE=f(DE+F), al servizio di tutti.

    1. Credo che l’attributo “sovranità” vada applicato a movimenti politici particolari, più che a nazioni. Che in quanto tali, perseguono i propri interessi come hanno sempre fatto – chi in modo più sistematico e visibile, e chi (come noi, temo) sull’onda emotiva del momento, senza una pianificazione a lungo termine e, concedimelo, senza la minima apprezzabile capacità di pressione militare, per sostenerla in una situazione potenzialmente deteriorata.

      Ma che poi, sovranisti o no, il pericolo sia un altro, molto sottovalutato: qualunque strategia ci immaginiamo, di qualunque colore, su qualsiasi premessa sia essa basata, deve fare i conti con le leggi fisiche.

      Queste ultime, a differenza di quelle umane, non sono soggette ad arbitrio, né a (scusa la parolaccia) cogenza soggettiva. “Sono”. Possiamo cercare di comprendere la loro esatta natura, e le loro conseguenze (possibilmente lontane), due cose già non facili. Ma non possiamo piegarle ai nostri fini.

      Nel caso del clima, già alcuni anni fa, in occasione di un mini-convegno tenuto a Lecco, in un Liceo scientifico dove insegnava una mia amica (ora dirigente scolastico), un collega dell’Università di Milano Bicocca, attivo personalmente nel progetto Antartide, aveva portato dati impressionanti. Che al tempo non erano stati divulgati universalmente, in parte perché non si sapeva come gestire le reazioni che avrebbero potuto seguirne. (Il mini-convegno, bellissimo, mostrava presentazioni di taglio divulgativo, che seguivano nel tempo altre più accademiche, presentate in occasione di convegni di grande importanza.)

      Per farla breve, il livello dei mari si stava *già allora* alzando.

      Di poco, a quel tempo, ma in modo già misurabile. Cosa non facile, per via delle onde e delle maree, ma con l’aiuto di strumenti adeguati e della giusta matematica comunque possibile.

      I centimetri in più erano dovuti in larga parte alla fusione parziale della copertura glaciale della Groenlandia.

      In questi ultimi anni, la tendenza alla fusione dei ghiacci collocati sopra il livello del mare è proseguita, in un modo che sta cominciando a mostrare le prime conseguenze: le isole Svalbard, per esempio, un tempo interamente bianche, ed ora con ampie zone di terreno scoperto. Iconiche, anche se non catastrofiche per la massa limitata dei ghiacci coinvolti. Ma indicative di un processo in corso, e, forse, in accelerazione.

      Stime date in quel convegno dicevano di un aumento potenziale del livello dei mari di alcuni metri, se tutti i ghiacci groenlandesi dovessero fondersi. Diciamo, sette metri, metro più, metro meno.

      Cioè, Venezia. Una parte importante di Genova. I quartieri a mare di Napoli, e della cintura urbana. Rimini. Migliaia di altri centri urbani, e terreni agricoli, perduti. Solo questi sette metri in più comporterebbero la necessità di ricollocare sul territorio milioni di persone. Solo in Italia.

      La cosa sarebbe altamente democratica, comunque: la Germania perderebbe Kiel, una parte di Amburgo, …

      La fusione, invece, dei ghiacci artici non produrrebbe effetti di innalzamento, quei ghiacci essendo già in equilibrio di galleggiamento con il mare su cui poggiano. Ottima cosa per il commercio internazionale, con l’apertura alcuni anni fa del Passaggio a Nord-Ovest, e le prime rotte dirette Cina-Europa.

      Il vero, enorme problema sono, a questo punto, i ghiacci antartici. Dovessero fondersi tutti di colpo, il livello del mare aumenterebbe di più di cento metri. Il che, in termini locali, vorrebbe dire che l’Adriatico arriverebbe alle porte di Milano – e che tutte le città padane sino a quel punto sarebbero perdute. Ferrara. Mantova. Padova. Il granaio d’Italia, oltre che un patrimonio insostituibile di opere d’arte e paesaggi – immaginando di poter materialmente ricollocare la popolazione.

      Ma, per ora, a proteggere l’Antartide c’è una corrente fredda circumpolare che, sino ad ora, non è stata granché toccata. Non sappiamo se l’aumento delle temperature marine degli ultimi anni potrà cambiare questo stato di cose, ma speriamo di no.

      Quanto alla Groenlandia, hai voglia, prima che i suoi ghiacciai svaniscano. Quanto tempo servirà? Trecento anni? O solo una cinquantina?

      Questo è il grosso problema: il processo è in atto. Ha come guadagnato abbrivio, per dirla in termini intuitivi. L’ultimo rapporto IPCC, su un aumento di temperatura di 1.5°C, è terrificante se andiamo a guardare la *scala temporale*. Un tempo, si pensava al cambiamento climatico come a qualcosa di lontano, spostato almeno di 50 anni nel futuro. Adesso, si viene a sapere che gli anni potrebbero essere trenta. O venti. Che le conseguenze non riguarderanno soltanto i nostri figli, ma anche, più direttamente, noi.

      Di fronte a processi così rapidi, e in parte forse incontrollabili, direi che ogni altro problema dovrebbe impallidire. Qui rischiamo di, scusa il termine, farci trovare del tutto inattivi ed impreparati da una guerra che, perduta, non si limiterebbe ad impoverirci, o renderci servi. Ci spazzerebbe via.

      Quanto ho detto è, naturalmente, in parte opinione personale. Interpretazione dei fatti.

      Ma, comunque, lavoro nel ramo. Ho abbastanza informazioni per ritenere plausibili o no certe affermazioni. Arrivo a dire (ebbene, oso), che la mia opinione, per quanto appunto tale, opinione, vale più di quella di una “persona della strada”. E, i dati su cui mi baso sono tutti di pubblico dominio, accessibili ai siti della WMO e dell’IPCC.

      Naturalmente, con un po’ di pazienza, si può sempre cercare di far da sé, e misurare il livello medio del mare con la propria asta graduata di fiducia…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *