Addi, 8 Marzo, Anno del Signore 2019…

Preambolo

… e, siamo ancora qui.

Voglio dire: io ci sono ancora, questo blog pure.

Ed anche il mondo c’è ancora.

Esattamente lo stesso di prima.

Un episodio unico

Qualche giorno fa, metropolitana di Milano, linea Lilla. Mi siedo, sui sedili immediatamente dietro ai primi quattro, quelli dai quali è possibile guardare avanti, verso il buio. Quelli, per intenderci, che di solito lasciamo ai bimbi, tutti eccitati dal vedere il movimento nella galleria, e le stazioni che si avvicinano. Sulle altre metro non si può ma questa, senza guidatore, lascia guardare.

Fermata: ?  (non è che non lo voglia dire per reticenza naturale: è che proprio non mi ricordo quale; l’età, immagino…) Salgono lui e lei, e si seggono al mio fianco. La conversazione mi sembra decisamente interessante, come anche le idee di lui, piuttosto aperte. Dato, oltretutto, l’argomento: la posizione delle donne nella società, il valore del loro mondo (ammesso che un “mondo delle donne”, privato ed inaccessibile a chi donna non sia, esista veramente).

I due non mi sembrano, dal tono di voce, e dai mille piccoli segnali, impegnati in qualcosa di intimo, ed anzi, sembrano quasi più conoscenti casuali che amici. La conversazione sembra, a pensarci, iniziata per caso, magari nella stazione, e continuata poi.

Chiedo cortesemente se posso inserirmi – credo di avere anch’io alcune cose da dire, piccole piccole, ma come tutt*, per aver vissuto su questo pianeta, le posseggo, e desidererei condividerle…

“Ma certo, si figuri!”, mi dice lui (lei è in quel momento fuori vista, non so se è d’accordo).

E ricomincia a parlare.

Davvero: sinceramente, parole molto belle, acute.

Noto che la lei di cui dicevo non si inserisce mai nel discorso, e, aggiungo, anch’io.

Noto anche un’altra cosa. Ovvia, mi direte. Ma, appunto, proprio come accade per le cose ovvie, difficilissima da notare. Sta occupando praticamente due seggiolini.

O meglio, è seduto su di uno, ma a gambe larghe, cosa che chi sa più o meno com’è fatta la metro lilla di Milano crederebbe impossibile dati gli spazi mini, un po’, lasciatemelo dire, costrittivi.

Naturalmente, dato che per i volumi vale il principio di esclusione, quello in più che si prende lui lo toglie per forza di cose a qualcuno, nella fattispecie alla poveretta di cui dicevo, ed a me.

Il fatto che le nostre parole non escano dipende molto probabilmente da quello: la pressione eccessiva (fisica) cui ci sottopone il tipo, senza rendersene conto.

Lancio un’occhiata eloquente. O almeno, quella che credo tale. Al suo volto. Poi alle sue ginoccia. Quindi ancora al volto. Cambio pure espressione, chiedendogli non verbalmente se, per favore, non potesse per caso…

Ma, niente da fare. Ricambia il contatto visivo. Magari ha anche capito qualcosa, ma è infervorato, e nulla. La tiritera continua.

A quel punto che fai? Lo hai chiesto tu, Mauri, dopotutto, di poterti inserire nella conversazione. Poi se non sei capace di prenderti nemmeno una briciolina di spazio, ecco, colpa tua.

Certo (“Scusi, devo proprio scendere. Mi piacerebbe continuare, ma mi aspettano a casa, e la mia fermata è qui…” “Ah certo! Grazie! Grazie mille!” Dai muscoli ginocchiali, o comediavolosichiamano, nessun movimento: riesco però a districarmi, ed arrivo alla porta. Mi volto indietro. Lei è ancora là, ma sembra stia facendo ormai tutto, fuori che ascoltare – a parte, si capisce, i soliti segnali del protocollo di message acknowledge femminile: di tanto in tanto annuisce, ma dall’espressione è più che ovvio che il suo cervello è volato altrove), mi viene da riflettere. Coerenza assoluta, tra parole (anche belle) e piccole azioni.

Certo: come diceva un mio capo molto simpatico, cento Province di Barlassina fanno un’intera Regione. Mille, poi, fanno un intero Paese.

Diecimila piccoli gesti, in un giorno, fanno un intero Mondo.

Un mondo, nel quale a parole hai moltissimo posto, ed anche alcuni diritti. Ma nel quale, però, in realtà per te letteralmente non esiste spazio.

A parole siamo tutt* buon*, soprattutto a Natale

E, naturalmente, tutt* femminist* nei tre giorni che precedono immediatamente ogni 8 Marzo. Diri che anche questo non fa eccezione.

Però, a parte le parole di circostanza, rimangono i fatti. Grandi, e spettacolari (scusatemi la parola, che potrebbe sembrare offensiva dopo ben due femminicidi nelle ultime ore). E, piccoli. A miriade. A distesa. Un sottofondo, un brusio continuo, che smentisce in migliaia di piccoli modi tutto ciò che viene dichiarato.

Ammesso lo sia: l’ultimo Governo brilla, mi pare, per aver praticamente cancellato il problema macroscopico della vita femminile (e quindi, indirettamente, maschile) dal loro vocabolario ridotto ormai a due parole, immigrati, TAV, TAV, no immigrati, TAV di più, allora sei un immigrato, sei tu un FiloTAV eccetera. Quando andavo all’università, ricordo uno dei nostri professori che, nel parlare, interloquiva con improperi piuttosto coloriti. Ma in quel caso, estrarre il significato complessivo era facile: bastava prendere e parole una sì e una no, cercando di non sbagliare la sequenza. Ma adesso, con questi qui, hai voglia a levare le parole prive di senso: una faticaccia, e l’orribile sospetto che alla fine non rimanga niente.

Ma no, mi direbbe qualcun*, le cose non stanno esattamente così: questo Governo in realtà sta facendo moltissimo per le donne. Ai loro danni, direi, in piena coerenza con il programma generale non dichiarato ma attuato con pervicace efficienza: riportare il Paese indietro nel tempo, quando il termine Terzo Mondo non esisteva ancora, ma ne facevamo parte a pieno titolo. Naturalmente, nel nome dei nostri interessi di Italian* (o meglio, scusate, imprecisione: la parola che usano è un’altra: Italiani – magari il piccolo slittamento di significato un senso ce l’ha).

Ma se voeuren i dònn?

Appunto: che vogliono? E perché?

E cos’hanno, invece, da chiedere con così tanta insistenza in tempi liberati?

Cosa desiderano, essere rionosciute?

E perché, non lo sono?

In effetti, ti riconoscono. Anche quando guidi, per esempio, ed il tipo fermo allo stop ti guarda, con un’espressione del tipo “ma tanto tu che fretta devi mai avere?” e ti taglia la strada, cosa che si sarebbe guardato due volte dal fare con l’armadio umano a tre ante che guida il camion dietro di me.

Ma non era quello il senso…

Credo.

(E non aggiungo altro.)

Il guaio è, che parlare di privilegi a qualcuno che li detiene è come dire acqua ad un pesciolino rosso. Decidesse, per caso, di abbandonare il suo tradizionale e, credo, provvidenziale mutismo avrebbe moltissimo da dire, su tutto, con un’ottica temo un po’ sferica e deformata. Tranne che su una cosa, l’acqua, che non vedrebbe, povera stella, e di cui non ha sperimentato nemmeno per un minuto l’assenza, grazie alla provvidenziale mano che ogni mattina apre il rubinetto.

(Ma che immagine triste…)

Certo non sarebbe facile parlarne, immagino, a quel tipo che mentre camminavo sovrappensiero e non gli ho ceduto il passo come convenzioni vorrebbero mi si è praticamente schiantato contro. Non credo avesse problemi neurologici (a parte, si capisce, quello di dare per scontato d’avere diritto a camminare diritto senza rallentare, perché sono gli altri, anzi segnatamente le altre a dovergli far strada).

Questione, naturalmente, di cultura

E hai detto poco!

Da tempo partecipo alla bellissima iniziativa “Io Volontario della Cultura”, promossa dalla Provincia di Sondrio, con le amice e gli amici della Biblioteca di Bormio.

Ogni tanto (neanche troppo di rado a dire il vero) si vedono. Qualche volta partecipo anch’io.

Riunione tipica: una quindicina di signore, e due signori.

Perché (fatto riconosciuto) “la Cultura è roba da donne”.

Il maschio latino preferisce attività più pratiche.

(Ad esempio, lo spaparanzarsi di fronte al televisore a vedere ventidue miliardari che corrono dietro a una palla. 🙂 )

Leggere, però, no.

Ad altro chiama il Mondo.

Quindi: come cambiare la cultura di un popolo, per il quale la Cultura è qualche cosa da evitare assolutissimamente?

Come dire (e non è, questa, una battuta) una frase di senso più o meno compiuto, a qualcuno che rifiuta l’idea stessa dei congiuntivi?

Non so per qual motivo di preciso, ma in momenti di depressione come questo mi nasce spontaneamente di fronte agli occhi la figura di Peter Sellers che recita la parte del Dottor Stranamore: “Naturalmende, esiste soluzione molto semplice a tutto kvesto. Basta prendere un gruppo ti uomini eletti, zuperiori, chiuderli in una grossa buca inzieme con donne giovani e piacenti, in rapporto di dieci a uno, zi capisce, e aspettare natura faccia zuo inevitabile korzo.” Lasciando che i non-eletti fuori dalla buca compiano il loro, di corso, e si estinguano da sé, cosa che l’ineffabile Dottore direbbe “altrimenti inevitabile compimento ti un destino già inscritto nei loro geni inferiori”.

Ma forse non c’è bisogno di qualcosa di così drastico? E, salvo domandarsi se gli “uomini zuperiori” della buca con le “donne giovani e piacenti, in rapporto ti dieci a uno” si limiterebbero a parlare di filosofia e di società inclusiva.

O forse, il problema è (anche) di educazione?

Tipo l’adolescente che mentre i genitori lo rimproverano mantiene ostinatamente una posizione a gambe allargate, di dominanza, di asserimento di potere?

Tipo la Correctional Facility of … (Austin, Texas) in cui i ragazzi problematici vengono assoggettati all’addestramento dei Marines di Parris Island, uscendone molto meno problematici, sguardo volitivo dritto in avanti, e, “Signorsì, signora!”

Questi tempi -e questo governo- non aiutano.

Soprattutto qui, da noi nella scassata Italia, nella quale pare vada per la maggiore una mascolinità televisiva caricaturale fatta di giubbotti della Polizia di Stato, di aperta ed esibita cialtroneria.

Prodotto Interno Lordo

Come (micro-)industriale, della produttività dovrei interessarmi moltissimo.

Ed infatti, mi preoccupo.

Mi spaventa, anche, un PIL in diminuzione.

Mi spaventa anche di più l’esodo di giovani verso l’estero, alla ricerca di opportunità di vita. Domandandomi, con orrore, se il saldo tra immigrazione ed emigrazione, in questi anni, è almeno positivo.

E poi, vedo le statistiche sulla partecipazione femminile al lavoro…

Risorse. Buttate.

Perché è più importante escluderle, che ritenere d’averne bisogno.

Executive summary

Insomma: sarà dura.

Molto dura.

Ma se come società non ci vogliamo estinguere, dovremo fare tutto il possibile per fare.

E chiudere questo articolo, nonostante tutto, con un sorriso.

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