Il primo dinosauro lombardo (per ora)

Un incontro grazioso

Sono, pressappoco, le otto del 20 Dicembre 2018, e come ogni mattina mi sto preparando la colazione.

D’un tratto, sento un rumore lieve dal davanzale della finestra. Mi giro, e lo vedo. Un passero! Con le penne arruffate per il freddo.

Non faccio in tempo a riflettere su quanto pochi siano ormai i passeri, che lui vola via. Chi sa, forse un mio movimento più brusco del solito…

Esperienza, questa, forse non da tutti.

Un poco, perché quella graziosa creaturina rappresenta, per noi, una forma di familiare (e sempre meno comune) alienità.

Ma anche perché, ieri, alla Conferenza Stampa di cui vi dirò, Cristiano Dal Sasso, paleontologo di fama mondiale che opera presso il Civico Museo di Storia Naturale di Milano, lo ha detto chiaro: il passerotto che ho per un attimo guardato negli occhi, un uccello, da qualche tempo è ufficialmente annoverato tra i Dinosauri Teropodi. Antiche origini, dunque, e nobili. Con alcuni cugini come il Tyrannosaurus rex, per dire di un personaggio conosciuto a tutti.

Certo, mi dicevo, seguendo nel cielo i voli di altri piccoli dinosauri Teropodi, di strada l’evoluzione ne ha fatta moltissima. Gli uccelli, come siamo abituati a chiamarli, intanto hanno piume, penne, ed ali.

E gli altri Teropodi? Quelli terricoli, estinti?

Recenti ritrovamenti in Cina non lasciano dubbi: erano pennuti anche loro. Magari le loro penne non erano molto attraenti (ma chissà?), più simili a setole rigide che ad un piumaggio elegante. E di alcuni di essi si sa che avevano ali, e magari erano anche capaci di brevi voletti, chissà, forse da un albero all’altro.

Insomma: il processo che ha portato da animali terrestri di taglia media e grande all’uccellino che ho quasi potuto salutare questa mattina è stato graduale, e si è dipanato lungo un tempo che si misura in molte decine di milioni di anni.

Mi sembra di vederle, quelle piccole creature, non ancora (del tutto) uccelli, che fanno le loro prove di volo. Si arrampicano su un albero, con una certa fatica, poi, una volta in cima, planano giù, tutte eccitate, ogni volta atterrando un po’ più lontano.

“Mauri, guarda che l’evoluzione non funziona mica così!” Inutile che me lo dica, però: è più forte di me. Ogni tanto, nella mia immagine, arriva qualche creatura nuova (un po’ più evoluta), che guarda le altre dall’alto del suo ramo con un’espressione condiscendente, e sembra dire “Adesso vi faccio vedere io come si fa.”

Certo, quello che emerge dagli ultimi ritrovamenti è un quadro molto differente da come lo immaginavo al tempo delle scuole medie, quando ci dicevano dell’Archaeopteryx, primo uccello, lasciando la fantasia in preda all’impressione che prima di lui non vi fosse stato altro che il nulla, e che, puf!, ali, piume, penne e tutto il resto fossero comparse d’incanto.

Il bello della scienza, secondo me, sta proprio qui: non pronuncia dogmi, e non ha alcuna paura a dire “ragazz*, ci siamo sbagliat*, credevamo le cose stessero così, invece sono cosà, e queste sono le nuove prove.”

Un bell’insegnamento, non c’è che dire: nulla ha forza di dogma, nel conoscere della scienza.  E chiunque, rispettando semplici regole, può dire, contribuire.

A spasso per la Lombardia del Giurassico Inferiore

Eccoci! Scusatemi per il ritardo. Mi pareva d’aver qualche cosa di importante da fare, ma finalmente ce l’ho fatta, e sono qui. Possiamo partire.

Bella, però, questa spiaggia. Non proprio pulitissima – tronchi e residui vegetali abbondano, si vede che nessuno passa mai a toglierli. Ci sediamo dietro ad un ceppo, strappato chissà dove, e ormai semisommerso nella sabbia sottile, bianca. Lasciamo che il Sole, con i suoi raggi caldi nel mattino, ci accarezzi la pelle.

E’, questo, un momento di assoluta quiete. Restiamo in silenzio: il suono di una sola parola guasterebbe il momento.

Mi accorgo, che non puoi non notarlo, il profumo. Sottile, un po’ greve, resinoso e secco insieme. E pure, percettibile. Lo so, del bosco che la distanza fa verde smeraldo alle nostre spalle. Ma in questo momento mi va di guardare il mare, assolutamente calmo. Una striscia di luce, e baluginii, dove le calme ondine accarezzano la riva. E dietro, una distesa sconfinata.

D’improvviso, una creaturina emerge dall’acqua. Non saprei darle un nome, ma la vediamo chiaramente. Lunga poco più di un palmo, ha l’aspetto di una lucertola grassa, ed una faccia simpatica, per quanto un po’ canagliesca. Guarda verso di noi. Poi decide che non siamo una minaccia, e riprende a fare le sue cose. Ha, mi sembra di vedere, una conchiglia (o qualcosa che le assomiglia) in bocca. Ci guarda ancora, e poi, in uno scatto improvviso, corre a nascondersi dietro un vecchio ramo smozzicato. Non la vediamo più, ma possiamo udire uno scricchiolio. La conchiglia, immagino.

Ma è tempo. Sarebbe bellissimo fare il bagno (non ne ho certezza, ma qualcosa mi dice che l’acqua avrebbe una temperatura gradevole). Non possiamo, però: abbiamo, ed è meglio me ne ricordi, una missione importantissima.

Ci incamminiamo, così, verso l’entroterra: qualche centinaio di metri; mi ricorda, questo luogo, la lunga spiaggia di Ostenda. La sabbia si fa sempre più asciutta, e ad ogni passo vi affondiamo un poco. Giungiamo finalmente su un terreno più solido, e la foresta adesso è proprio vicina. Araucarie. Conifere. Un sottobosco nel quale ci riesce di distinguere, nonostante il quasi buio, felci, e licopodi.

Ci incamminiamo lungo un sentiero, irregolare, ma per fortuna largo, lasciato si vede dal passaggio di altri animali, come si intuisce dalle molte orme.

Di sicuro, questa qui non è un’isoletta..

Una cosa certamente sbagliata, nella mia immagine del passato, riguarda proprio la nostra Lombardia in questo immaginario “adesso”, nel Giurassico Inferiore.

Io ho sempre creduto che “una volta qui ci fosse il mare”. Un ambiente punteggiato di barriere coralline, con piccole isole ed atolli, e spiagge. E, certo, il suono ritmico della risacca, il profumo del mare, il tepore di una spiaggetta riparata.

Un paradiso perduto davvero singolare, nel quale nascevano, passavano la propria vita e morivano animali, piante, funghi, batteri, ed innumerevoli altri, molto diversi a vedersi rispetto a quelli di oggi. Eppure, stranamente simili.

Ma no. Per quanto non avesse alcunché di riconoscibilmente lombardo, questa Lombardia qui è non meno che un mondo. Con un entroterra. Foreste. Fiumi, e laghi.

Un mondo, abbastanza grande e complicato da riuscire a nutrire delle non proprio esattamente silfidi come il nostro Saltriovenator.

Ricostruzione del Saltriovenator zanellai e del suo ambiente. Le immagini che hanno restituito alla vita il nostro amico sono opera di  Davide Bonadonna e Marco Auditore. Le illustrazioni sono fondamentali, sia per “divulgare” che per comprendere la biologia di forme viventi oggi scomparse.

 

Pare quasi di vederlo, il Saltriovenator zanellai, magari mentre tende un agguato. O, cosa altrettanto non impossibile, nell’accudire i suoi piccoli. Oppure ancora, intento (intenta?) a far nulla, o ad un bagno di polvere. A volte dimentichiamo che queste creature meravigliose non erano (solo) “perfette macchine per uccidere”, ma animali, come tutti gli altri, capaci di gioire e soffrire. E, di tanto in tanto, di mangiare, o abbeverarsi.

Di morire, anche, chissà per quale ragione. E magari farsi trascinare dalla corrente del fiume sino al mare, per affondarvi infine, e divenire nutrimento per un piccolo ecosistema capace di durare anni, a spese dei poveri resti, come accade alle balene.

E poi, provvidenziali, i sedimenti che coprono le ossa. Chissà, magari una frana marina nelle vicinanze.

Anni. Anni ancora. Milioni di anni. A decine.

Quella che era una soffice coltre di sedimenti s’è mutata in roccia, sepolta sotto metri, e metri, e metri ancora d’altri sedimenti.

Passano, si succedono periodi caldi e freddi, asteroidi che colpiscono la Terra, glaciazioni. Manca pochissimo, ormai (quanto tempo è intanto trascorso). All’orizzonte, finalmente, si vede comparire contro il Sole un piccolo gruppo di strane creature, bipedi come i Dinosauri, ma prive di penne, o quasi, di pelo. Una porta in braccio un cucciolo. Altre due, con corte lance, e propulsori, scrutano da tutte le parti. Una ancora, che chiude la fila, e trasporta qualcosa in una sacca. Tempo, ancora tempo.

Sino a che…

“Ohé, sun chì!”

Mi piace immaginare che il signor Zanella abbia udito questo muto richiamo, mentre esplorava una cava in quel di Saltrio dove poche ore prima gli operai avevano spaccato a colpi di dinamite un’altra bancata, e milioni di anni prima si era depositato il nostro Saltriovenator.

“Alura? Guarda che sun chì!”

Il signor Zanella si gira, si guarda intorno, non vede nessuno (e del resto, come dicevo, il richiamo è muto, sembra venire dalla mente, più che attraverso l’aria).

“Guardi, che se va avanti ancora un po’ non mi vede più.”

Mi piace immaginare che il signor Zanella, a quel punto, abbia guardato in basso, e che il martello gli sia quasi caduto dalle mani nel notare quelle che avevano tutto l’aspetto di antiche ossa incastrate nei sassi.

E mica ossicini, come si è soliti trovare nelle cave dell’Alto Varesotto, o del Lago di Como. No, ossone grandi, come ne vedresti nello scheletro di una mucca. Anzi, più grandi ancora!

Che magari magari fosse…?

“Eh, ancora un po’, e te me vedevet puu.”

Qualche ora ancora, e quelle antiche ossa sarebbero finite nel tritasassi, magari per farne materiale di risulta per una villetta a schiera.

A quel punto, il signor Zanella si mise all’opera per il salvataggio: informò immediatamente il Museo di Storia Naturale di Milano, che organizzò in tempi rapidissimi una vera e propria spedizione di soccorso.

Tutto questo accadeva una ventina di anni fa. Il malcapitato ossuto ricevette il nome provvisorio di Saltriosaurus, e finì amorevolmente custodito nell’archivio del Museo di Storia Naturale, in attesa di uno studio accurato.

E fu un’opera provvidenziale.

Altre scoperte entusiasmanti gli rubarono la scena per qualche tempo, ma alla fine venne il suo momento. 

Un puzzle affascinante, e non solo

Ed eccoci.

Non più alla bellissima conferenza stampa, ma in un momento tranquillo, a pranzo, quando Cristiano Dal Sasso mi ha fatto l’onore di pranzare con lui e la sua squadra entusiasta (oltre a lui i due co-autori dell’articolo di cui dirò, Simone Maganuco e Andrea Cau, ed altre persone molto interessanti).

Eravamo lì, in attesa di una pizza che non arrivava mai (e che prometteva di divenire un fossile anche lei, cosa forse non del tutto inappropriata date le circostanze) e il dottor Dal Sasso, sapendo del mio interesse per tutt’altra disciplina, mi chiese cosa pensassi dei paleontologi.

Proverò a rispondere qui, finalmente. Inutile lo dica io, lo sappiamo tutti: la paleontologia si occupa di riportare alla luce della consapevolezza creature estinte da lunghissimo tempo, e le comunità e gli ecosistemi che queste formavano mentr’erano in vita.

Ma, potremmo chiederci, cosa ci importa di vecchie ossa, in questi tempi veloci.

Ci importa. Dovrebbe importarci.

Dovrebbe importarci, di saper godere della meraviglia, in tempi come questi dominati dal paraocchi e da discorsi francamente brutti, pronunciati tutti con la stessa identica voce maschile singolarmente priva di melodia. Dovrebbe importarci di quella magnifica creatura viva che è stata, ai suoi tempi, il Saltriovenator zanellai, e così pure dei dipinti della Cappella Sistina, o delle oscure trame di Lady Macbeth, o dell’ondeggiare ritmico evocato dagli archi nella sinfonia Die Hebriden. Ci dovrebbe importare, di tutto ciò che ha il potere magico di rendere le nostre vite qualcosa più che un breve momento miserabile di astio e consumo.

Ma viviamo in tempi rabbuiati, e fare appello ai buoni sentimenti, alle meraviglie (tra loro intrecciate) di Arte e Natura forse non darebbe buona stampa, ed anzi incoraggerebbe qualche polemica circa il fatto che la cultura non da di che riempir la panza.

Mi atterrò, così, all’utilità. Rendendomi ben conto che così non rispondo alla domanda del dottor Dal Sasso (o almeno, non ancora).

Stiamo vivendo un periodo di cambiamento epocale. Il riscaldamento globale minaccia di fare del meraviglioso punto blu che è il pianeta Terra un ambiente non più ospitale per la nostra specie. E mai come ora diventa importante, direi vitale, comprendere a fondo i processi del clima, e la risposta ad essi della biosfera. Dobbiamo capire, e comprendere (il che non è la stessa cosa), sino a che punto potranno spingersi i cambiamenti, perché qui ci sia ancora un posto per noi.

Lo studio del passato ci aiuta. Contiene un cambiamento di prospettiva, ci costringe ad abbandonare la nostra tendenza all’antropomorfismo, ed a toccare con mano quale può essere l’estensione dei cambiamenti, e quale la risposta di tutti i complessi sistemi intrecciati della vita, del clima, della geologia.

E così, gli amici paleontologi si trovano investiti di un’inattesa responsabilità. L’importanza della loro disciplina va molto oltre, oggi, rispetto allo svelamento di meraviglie da Wunderkammer del Barone Cuvier.

Ci mostra, attraverso ogni ritrovamento, un mondo in continua variazione. Nel quale nulla è eterno, nemmeno le specie (e nemmeno quella umana), Dove tutto, ma proprio tutto, cambia. Nel quale si sono verificati cambi di temperatura rispetto ai quali il Riscaldamento Globale impallidisce.

Ci dice, anche, di quanto lungo e complesso sia stato il processo di evoluzione. Ci ricorda che, al momento della caduta dell’Asteroide che ha spazzato via il Cretaceo i dinosauri, che credevamo goffi, ciccioni ed impacciati, abbiano invece spiccato il volo lasciando noi, i superiori Mammiferi, a sguazzare nel fango (pensiero che dovrebbe insegnarci un poco di modestia, e ricordarci che di asteroidi ce n’è un’infinità).

Ma sto divagando, me ne rendo sempre più conto.

Il dottor Dal Sasso mi ha chiesto cosa pensassi dei paleontologi, non della disciplina che da loro la possibilità di vivere (di non estinguersi?)

E torniamo a noi, allora. Al nostro tempo, ed alla conferenza stampa di Cristiano Dal Sasso, con i colleghi paleontologi Simone MaganucoAndrea Cau , gli illustratori Davide Bonadonna e Marco Auditore, ed un’infinità di altre persone, che hanno studiato in modo approfondito il fossile, e pubblicato l’articolo che descrive la nuova specie (Dal Sasso C, Maganuco S, Cau A. 2018. The oldest ceratosaurian (Dinosauria: Theropoda), from the Lower Jurassic of Italy, sheds light on the evolution of the three-fingered hand of birds. PeerJ 6:e5976 https://doi.org/10.7717/peerj.5976).

Dell’eccezionalità della scoperta hanno già detto in molti, in tutto il mondo.

Dire di più, avrebbe poco senso.

Mi limiterò a due cose.

La prima, e forse la più sorprendente per chi si è fatto un’opinione su archeologi e paleontologi guardando I Predatori dell’Arca Perduta o Jurassic Park, è il lavoro che c’è dietro ogni scoperta.

Lavoro d’infinita pazienza, che assomiglia alla risoluzione di un grandissimo puzzle in cui la maggior parte dei pezzi sia andata perduta. E che coinvolge un’infinità di persone, momenti, passaggi logici minuti, studio.

Andiamo al Museo, ci soffermiamo un attimo davanti ad un bellissimo diorama, e non ci rendiamo conto dell’immane lavorio che gli sa dietro.

Verrebbe voglia di pensare cosa ci faccia una vicenda del genere in un blog, il cui titolo è dopotutto Bits e Natura. Eppure, nella vicenda ci sono pure loro, i bit: ogni osso ritrovato è stato scansito, tradotto in una massa di numeri, vagliato da complessi modelli matematici, confrontato.

Che dire, quindi? Quello dei paleontologi è un mestiere affascinante, che oggi si è modernizzato, e che non è più solo scavo ed interpretazioni soggettive.

Dovrei (e lo faccio qui) anche dire non tanto dei paleontologi in generale, ma d’uno in particolare, di Cristiano, di cui prima che la persona ho conosciuto alcuni lavori, e soprattutto i meravigliosi video che ha girato per il National Geographics. Video, nei quali parla di creature morte da milioni di anni, presentandocele per così dire da vive, con la meraviglia ed il terrore che le accompagnavano, ma anche con le debolezze e le inevitabili sofferenze che sono parte necessaria di ogni vita, e che ce la rendono vicina. In quanto a ciò, grazie. Quei video non sono soltanto genericamente belli e molto ben fatti: in qualche modo toccano il cuore.

Contribuiscono, sì, anche loro, a farci vedere un mondo migliore, meno grigio e, scusate, monocorde e stupido di quello che ci si presenta con ostinata e greve tracotanza ogni giorno.

Ed in quanto al Saltriovenator zanellai, infine, arrivederci, a presto: comparirà in tutto il suo splendore, in una sala del Museo di Storia Naturale di Milano.

E poi, si vedrà: in questi ultimi anni Cristiano & C ci hanno abituat* sin troppo bene, e la Lombardia giurassica era grande…

 

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