CALMET, come forse non lo avete mai veduto

Ad oggi, nella pratica corrente Calmet è il ricostruttore meteorologico più utilizzato in Italia, per la produzione degli input meteorologici ai modelli CALPUFF e CALGRID.

I casi d’uso tipici nei quali CALMET viene impiegato sono due:

  • Infittire e rendere praticamente usabili gli output di un modello meteorologico a mesoscala o regionale.
  • Ricostruire i campi di vento tridimensionali partendo da un insieme di misure da stazioni meteorologiche “al suolo” e da profili verticali (misure SODAR, radiosondaggi, …).

Tra i due, il secondo si presenta particolarmente interessante negli studi di impatto ambientale, perché permette – almeno sulla carta – di ottenere campi di vento e di turbolenza a costi contenuti, utilizzando dati ampiamente diffusi sul territorio.

CALMET, d’altra parte, ha una struttura interna molto “semplice”, che per produrre risultati realistici richiede molto lavoro di tuning da parte degli utilizzatori.

Si pone così il problema di come valutare la qualità dei risultati, in modo da guidare questa operazione di adattamento dei parametri del modello sino a soddisfazione degli operatori.

La strada normale prevede l’uso di opzioni diagnostiche di CALMET che permettono di ottenere, ad esempio, la serie storica di alcune misure meteorologiche in un punto.

Ma decisamente meglio sarebbe poter vedere il campo di vento su tutto il dominio di calcolo, in modo da poter notare più facilmente situazioni critiche legate in qualche modo allo spazio, più che al solo tempo.

E qui vengono in soccorso procedure realizzate da terze parti, come ad esempio la MetDecode di Servizi Territorio srl. Questo codice, usato internamente a supporto degli studi di impatto ambientale, in una delle sue modalità operative permette di ricostruire filmati dell’andamento del vento, per esempio al suolo.

Come quello che segue:

Successione di campi di vento orari alla superficie del suolo generati usando il modello CALMET, partendo dai dati della stazione meteorologica di Valmadrera (ARPA Lombardia, collocata al centro dell’immagine) e dai 4 profili contigui LAMMA (circa ai 4 vertici)

Osservando bene la distribuzione delle frecce, possiamo notare come queste si distribuiscano in “cluster”, ciascuno rappresentativo di una situazione locale e, nel caso del cluster al centro, dalla stazione meteorologica di Valmadrera, che con le sue misure “guida” per così dire il modello.

I bordi sono invece dominati da 4 profili generati dal modello meteorologico LAMMA, e si può vedere come di tanto in tanto, pur concordando tra loro, tendano a differire dalle misure al suolo.

Grazie a filmati come questo, è così possibile identificare una condizione potenzialmente anomala (in questo caso conseguenza dell’impiego di dati di origine molto differente, e del fatto che i risultati di un modello come LAMMA hanno una portata regionale, ma non ricostruiscono fenomeni locali visibili invece da una stazione meteorologica). Un elemento in più, per i controlli di qualità negli studi di impatto ambientale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *